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  • Immagine del redattoreDott. Francesco Marsilli

Aiutare i figli e ignorare i genitori: il massimo sforzo per il minimo risultato


Il governo italiano ha da poco approvato il Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza (PNRR) che dovrebbe aiutarci ad uscire dall'emergenza sociale ed economica. Il Termine Resilienza presente nel nome stesso del Piano può indicare:

  • In ecologia e biologia, la resilienza è la capacità della materia vivente di autoripararsi dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato.

  • In ingegneria, la resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia in conseguenza delle deformazioni elastiche e plastiche fino alla sua rottura.

  • In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.

  • Nel risk management, la resilienza è la capacità intrinseca di un sistema di modificare il proprio funzionamento prima, durante e in seguito a un cambiamento o a una perturbazione, in modo da poter continuare le operazioni necessarie sia nelle condizioni previste sia in condizioni impreviste.

Bene, nelle 318 pagine di cui è composto il PNRR non è MAI nominata la parola psicologia nè il ruolo dello psicologo. Eppure nel titolo c'è la parola Resilienza, un concetto squisitamente psicologico. Il concetto di cura invece rimane strettamente ancorato alla cura fisica e medica, non c'è spazio per la cura psicologica. La cura passa attraverso nuovi "Ospedali di Comunità", il rafforzamento delle cure domiciliari, più tecnologia, digitalizzazione del SSN e una maggiore sincronia con i Servizi Sociali. Si, l'unica cosa che in tutto il Recovery Plan si avvicina vagamente al supporto psicologico sono i Servizi Sociali.

E' notizia di pochi giorni fa che il governo Francese ha deciso di offrire le prime 10 sedute dallo psicologo a tutti i minorenni. Nonostante molti punti criticati dall'ordine degli psicologi nazionale francese (restituzione forfettaria della tariffa, molti limiti e poca chiarezza sulla regolamentazione) rimane comunque un'iniziativa molto apprezzata e lungimirante data forse dalla velocità con cui, nell'ultimo anno e mezzo, adolescenti e minorenni stanno ricorrendo a misure drastiche per cercare una via di fuga dalla situazione molto stressante che certamente questa pandemia ha imposto. L'impossibilità di vedere i propri compagni di classe, la difficoltà delle uscite, la costante connessione ai social che certamente unisce nel mondo digitale ma isola sempre di più in quello reale. I motivi sono tanti e tutti sicuramente validi e che necessitano di essere affrontati in modo serio e tempestivo. Per quanto riguarda la tempestività non possiamo di certo darne il merito, ma almeno i francesi stanno agendo in questo senso, con serietà.

Però. eh si, c'è un grande "però" nell'azione del governo francese, che è anche un dubbio ed una constatazione e che si ripete da decenni nell'approccio occidentale sociale alla cura psicologica della persona. Questo grande "però" sta nel fatto che la stragrande maggioranza degli interventi psicologici previsti (e quindi gratuiti) dagli organismi che si occupano del benessere mentale dei cittadini (cooperative, ASL, servizi sociali. comunità) sono rivolti molto spesso ai minorenni (o adulti con gravi problematiche sociali o cognitive). E la grande domanda è: e i genitori di questi ragazzi? Che fine fanno le sofferenze di chi convive quotidianamente con i figli? di quegli adulti che si trovano ad affrontare tutti i giorni i propri problemi di vita ai quali vanno sommate le considerevoli problematiche di convivere forzatamente con un figlio adolescente o molto piccolo? Che senso ha offrire visite gratuite dallo psicologo ad un bambino di 13 anni lasciando da parte i genitori? Che senso ha offrire sedute gratuite dallo psicologo dell'ASL ad un adolescente se poi questo, dopo la sua ora settimanale dallo psicologo, torna nello stesso ambiente che ha generato il problema o che non ha gli strumenti per gestirlo? Dal punto di vista di chi scrive, non solo non ha senso ma è oltremodo dannoso. Le sedute gratuite devono certamente essere offerte al minorenne, ma il fatto di non coinvolgere il genitore porta a diverse conseguenze, che io stesso mi son trovato ad affrontare nei 6 anni di lavoro per i Servizi Sociali e per diverse Cooperative Sociali della città di Torino:

La Delega

La delega si definisce come l’affidamento ad altri di ciò che dovrebbe essere nostro compito. Non sempre si parla di delega in modo negativo anzi, spesso la delega si propone come fattore di protezione da fonti di stress, come percorso per acquistare fiducia verso qualcuno. La delega come fattore negativo accade quando quest’ultima assume valore di totalità all’interno di un compito che una tale persona dovrebbe svolgere ma invece affida ad un altro o ad altri. In una buona parte dei progetti di intervento psicologico le famiglie dei minori tendono appunto ad una delega totale del ruolo educativo. Nonostante i motivi per cui avvenga questo tipo di delega, il punto centrale è che la strutturazione del servizio sociale e psicologico stesso permette alle figure genitoriali di assumere questo atteggiamento. Questo accade perché il ruolo del Servizio Sociale ai minori è visto come unidirezionalmente orientato verso il minore e non invece in una circolarità di intenti e interventi che va coinvolgendo tutto il sistema familiare. Le teorie psicologiche già da molto tempo hanno compreso e ribadiscono quanto il ruolo del sistema famigliare influisca sul minore e di conseguenza un intervento esclusivamente sul figlio avrà un impatto di gran lunga inferiore ad un intervento che coinvolga tutto il sistema, ed avrà la quasi certezza di ricaduta nelle stesse problematiche una volta concluso l'intervento. Di fatto i Servizi Sociali offrono un intervento teso al miglioramento relazionale, scolastico e sociale del minore, ma dovrebbero tenere anche conto della volontà e dell’impegno che la famiglia è disposta ad investire insieme al servizio stesso nel processo di cambiamento. Vi sono molte situazioni nelle quali le strutture sociali sono le uniche fonti alle quali il minore si affida nella sua quotidianità, potremmo definire questa condizione come di “educazione assente” in quanto il servizio si sostituisce molto più del dovuto a quelle che dovrebbero essere le azioni educative e relazionali delle figure genitoriali, amicali e sociali del ragazzo o della ragazza. Questo fenomeno, per quanto di sostegno possa essere alla crescita evolutiva del ragazzo, rimane comunque un pericoloso palliativo in quanto, raggiunta la maggiore età, il servizio sociale prevede la conclusione forzata dell'intervento. Se dunque nel periodo in cui il minore è stato preso in carico gli si è insegnato a relazionarsi con l’ambiente educativo e non con quello famigliare (dato che i genitori spesso sono esterni e deleganti per quanto riguarda la gestione delle difficoltà del ragazzo) come si può pensare che una volta terminato il progetto educativo lo stesso ragazzo migliori nella quotidianità o nel suo rapporto con i famigliari? Il mancato coinvolgimento della famiglia finirà sempre per avere una ricaduta negativa su tutto il lavoro fatto precedentemente. Nell’opinione di chi scrive, finché questi servizi saranno dati per scontato senza nulla chiedere in cambio alla famiglia che ne usufruisce, rimarranno nella gran parte dei casi un rimedio apparente che rischia di creare la dipendenza dai servizi stessi, una visione della famiglia come incapace di aver saputo provvedere al benessere del ragazzo e una squalifica del ruolo educativo della coppia genitoriale (dato che i servizi territoriali non hanno saputo includere la coppia stessa nell’evoluzione educativa).

La Deresponsabilizzazione

Strettamente legato al comportamento di delega vi è quello di deresponsabilizzazione. Partendo dal concetto precedente infatti si può capire che la delega totale dei genitori dell’educazione e della gestione delle problematiche del minore produca un effetto a lungo termine di evitamento delle responsabilità. Stiamo parlando, nella maggioranza dei casi, di famiglie con ampie lacune teoriche e cognitive per quanto riguarda le responsabilità genitoriali, famiglie in cui:

- la coppia genitoriale è sprovvista di strumenti teorici ed operativi per una sana e consapevole gestione di tutte le problematiche interne alla famiglia

- La coppia genitoriale è inconsapevole di meccanismi di influenzamento reciproco tra persone del nucleo famigliare

- Il sistema famigliare stesso non è in grado di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi

E che quindi trovano nella delega la via più facile per sfuggire alla presa di consapevolezza delle proprie responsabilità e mancanze passate e future; non solo, l’affidamento ai servizi territoriali offre spesso un’ottima motivazione per pensare che siano i servizi stessi i responsabili del (eventuale) mancato miglioramento del figlio o del fallimento dell’intervento.

La disinformazione, cioè la mancata ricerca di informazioni da parte dei genitori, si esprime con il sostanziale disinteresse del genitore nel comprendere non solo il cosa si fa insieme ai loro figli e figlie ma il perché e come si fa. Vi è in generale scarsa volontà di reperire informazioni che non siano strettamente tecniche e di gestione, informazioni ad esempio su quale possa essere un diverso atteggiamento da tenere in casa, sul come fare per migliorare il proprio rapporto col figlio o sul come poter agire insieme all’educatore in un concreto meccanismo di miglioramento in cui il genitore abbia un ruolo effettivamente attivo, oppure del capire cosa stia accadendo al figlio, quale potranno essere le evoluzioni future, il comprendere le proprie responsabilità, come avviare dei cambiamenti in tutto questo.

La non-formazione invece si esprime nell’assenza dei genitori (o nella presenza di solo uno dei due) a quei momenti che i servizi dedicano proprio alla formazione teorica dei ruoli genitoriali. I genitori non hanno tempo, non hanno voglia o semplicemente se ne disinteressano, perché sono ben consapevoli che il servizio territoriale si prenderà cura dei loro figli, per quanto possibile, anche in assenza di un loro sincero interessamento per il cambiamento dei figli stessi. Questa scarsa attitudine alla presa di responsabilità non solo cognitiva ma anche comportamentale è data da diversi fattori, il più importante dei quali pare essere l’assenza di un vero e proprio contratto sociale che vincoli la possibilità di intervento sul minore ad una minima partecipazione della coppia genitoriale a momenti di formazione ed empowerment.

Vogliamo davvero iniziare ad aiutare adolescenti e bambini? Evitiamo di mettere pezze e spendere soldi per interventi che sono meramente palliativi. Per fare questo bisogna certamente aiutare il minore, ma non è più pensabile di poterlo aiutare senza coinvolgere chi lo educa (o lo dovrebbe educare) e vive con lui. Dovremmo in sostanza continuare a pensare a bambini ed adolescenti ma parallelamente volgere un'importante sguardo anche agli adulti che, a differenza dei loro figli, hanno meno elasticità mentale, più problematiche quotidiane e meno strumenti e capacità di resilienza per affrontare la sofferenza mentale.

Se aiuti un genitore e lo fornisci degli strumenti necessari per comprendere ed affrontare non solo le sue problematiche, ma anche quelle del figlio, il risultato si ripercuoterà sull'intera famiglia. Se aiuti solo il figlio ma non cambi il genitore il tuo intervento, per quanto incisivo possa essere, avrà scarse possibilità di successo a lungo termine se il figlio si troverà ad affrontare una coppia genitoriale (o anche solo un genitore) disfunzionale.


Un esempio:

A inizio Dicembre ricevetti una chiamata da Viola (nome di fantasia), una giovane madre Trentina che mi chiedeva aiuto per il figlio Erik (nome di fantasia) di 10 anni che aveva atteggiamenti estremamente ribelli e violenti nei suoi confronti. Non faceva i compiti, non si alzava la mattina per andare a scuola, diceva no a qualsiasi cosa Viola gli dicesse di fare, sporcava tutta la casa appositamente mentre la madre era la lavoro, diceva e faceva ciò che voleva. La povera madre, che aveva cresciuto da sola il figlio, le aveva provate tutte. Erik era stato due anni in cura da uno psicologo, era migliorato per circa 6 mesi ma poi il problema era tornato peggio di prima. Già alla prima chiamata dissi a Viola che il figlio non l'avrei visto perché ancora troppo giovane e dipendente dalla madre e che, al posto di Erick, il mio intervento sarebbe stato esclusivamente rivolto a lei. Inizialmente molto dubbiosa di questa mia metodologia e sostenendo che lei non aveva problemi ma era suo figlio problematico, riuscii in breve a convincerla a provare almeno le prime 2 sedute. Alla prima seduta in studio, attraverso le tecniche di dialogo strategico e di dolce persuasione, riuscii a far capire a Viola che, se l'intervento psicologico precedente del mio collega non aveva funzionato, era proprio per via degli atteggiamenti materni verso il figlio. La madre, senza rendersene conto, era diventata la serva del suo piccolo tiranno, pienamente complice dei suoi atteggiamenti di violazione e violenza. Con poche, semplici ed incisive prescrizioni incontro dopo incontro il comportamento del bambino cambiò in maniera incisiva. Alla quinta seduta tornò sconvolta: Erick in sua assenza aveva messo a posto camera sua e fatto i compiti che l'insegnante gli aveva dato in DAD. Alla settima seduta, dopo circa 3 mesi dal nostro primo incontro, ci salutammo con la promessa di risentirci nel caso il problema si fosse ripresentato.

Questo è un caso esemplare di come, educando ed istruendo il genitore a modificare e comprendere come funzionano alcuni atteggiamenti del figlio, sarà il genitore stesso il veicolo di cambiamento del figlio.


Ti trovi in difficoltà nel gestire tuo figlio o la tua situazione familiare? ti sei rivolto ai Servici Sociali alla persona ma nulla è cambiato?

puoi trovare consiglio e supporto qui

Lavoro in studio a Trento e online in tutta Italia


Dott. Marsilli Francesco


fonti:








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