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  • Immagine del redattoreDott. Francesco Marsilli

I pensieri intrusivi: "non riesco a non pensare!"

Il 20 Marzo 2020 è apparso su repubblica.it questo articolo https://www.corriere.it/sette/comportamenti/20_marzo_20/rimuginio-virus-mente-come-sconfiggere-pensiero-ossessivo-b0bede8a-6701-11ea-a26c-9a66211caeee.shtml?refresh_ce-cp che parla del pensiero ossessivo e nomina alcune tecniche mentali e comportamentali per affrontarlo. Sono convinto che la capacità critica di pensiero sia la base fondamentale per ampliare le nostre conoscenze e per avviare un dialogo costruttivo che ci porti verso nuovi orizzonti, ed è per questo che ho deciso di analizzare l'articolo del prof. Giancarlo Di Maggio (psichiatra e psicoterapeuta) tentando di dare un punto di vista differente da quello espresso dall'esimio professore.


La prima nota a mio avviso fuori posto in questo articolo è un trafiletto in cui dice "Come aiutare le persone a smettere? Ci sono scuole di pensiero diverse. L'elemento comune è considerare il rimuginio un'attività della mente, quindi soggetta a controllo volontario"

e poco dopo "Ecco, questo processo di funzionamento è in sé un virus mentale, il rimuginio. È subdolo e si autoriproduce. Ha la capacità di mimare il ragionamento intelligente, finge di essere orientato alla soluzione, è un drago nell’imitare il problem solving. La verità è che, una volta innescato, di risolvere problemi non gli importa niente. Tende solo a replicare sé stesso, generando cascate di pensieri soffocanti, che paralizzano l’azione e fanno lievitare le emozioni negative: ansia, tristezza, rabbia per partire da quelle di base.".

Per chi scrive, questo testo è in netta contrapposizione con sè stesso: prima dice che il rimuginio è considerato un'attività mentale, quindi soggetta a controllo volontario, ma subito dopo lo descrive come un pensiero capace di imitare il ragionamento intelligente, come un meccanismo che una volta innescato "tende a replicare sè stesso generando cascate di pensieri soffocanti" intendendo implicitamente che non sia controllabile nè gestibile.

In una altro punto si legge "Ma se ogni giorno, in tempi più sereni, vi lavate le mani e poi iniziate a pensare: le ho lavate abbastanza a fondo? E le rilavate. Poi ci pensate ancora... ecco, questo è il rimuginio ossessivo.". Questo non è rimuginio ossessivo ma Dubbio Ossessivo. Il rimunginio di per sè fa parte di molte patologie (Dubbio Ossessivo, Disturbo Ossessivo-Paranoico, Paranoie pure, Depressione, Disturbi della sfera Sessuale, Fobie, disturbi di Attacco di Panico) il cui fattore comune è la ridondanza del pensiero, cioè il rimuginio: un circolo vizioso di domanda-risposta derivato direttamente dalla logica lineare che intende la realtà come dicotomica, suddivisa tra vero e falso, tra ragione e dubbio, e che portata all'estremo (come nel caso del pensiero ossessivo o del dubbio ossessivo) imprigiona il pensiero in una ricorsività incontrollabile in cui ad ogni domanda segue una risposta, a cui segue un'altra domanda a cui segue un'altra risposta, in un baratro che si autoalimenta senza soluzione di continuità, perchè tali domande non possono trovare risposte certe ma solo altre domande.

Nell'articolo vengono poi citate diverse modalità di insorgenza del pensiero del rimuginio che, però, sono patologie diverse tra loro con in comune il rimuginio come forma di pensiero: la gelosia (dubbio ossessivo) e la sindrome di giuda (pensiero ossessivo-paranoico).

Altra contraddizione con quanto detto prima sulla controllabilità dei meccanismi mentali si può facilmente notare nel momento in cui si legge "[...]il rimuginio, virus della mente. Bravi. È un virus dannoso, chi continua a rimuginare agisce in modo sconsiderato: un giorno se ne sta a casa, il giorno dopo decide che gli esperti mentono ed esce, poi torna a casa si sente in colpa di avere fatto danno alla comunità e non dorme. Chi smette di rimuginare, se ci sono virus intorno, si lava le mani come si deve e se ne sta a casa senza pensarci due volte. Finita l’allerta, rispetterà le buone norme igieniche usuali." Questo sottolinea la totale non controllabilità della direzione del rimuginio, possiamo sceglierne l'inizio, ma non la direzione nè la fine.

Fino a qui l'articolo si limita nella descrizione dei meccanismi e di alcuni esempi del rimuginio, arriviamo dunque al punto dove elenca alcune modalità per sconfiggere questo virus della mente:

"Facendo sport, respirando in modo consapevole, concentrandosi su stimoli differenti, astenendosi dai comportamenti che aggiungono nutrimento al processo: non sbirciare le chat, non guardare nella pagina Facebook del tuo ex. Sono le forme preferite dalle terapie cognitive: training dell’attenzione, mindfulness, esercizi comportamentali. L’altra scuola considera il rimuginio una sorta di epifenomeno. Il frutto di quelli che chiamiamo schemi interpersonali. La dico semplice: un giovane uomo oscilla tra l’idea temuta di valere poco e la speranza di meritare apprezzamento. È quello che i genitori gli hanno trasmesso: a volte lo denigravano, a volte a sorpresa arrivava un «bravo». Questo dubbio è scritto nel profondo del suo essere. La ragazza dopo il litigio non lo ha cercato. Ecco, si riattiva lo schema arcaico: «Mi disprezza, amerà un rivale che considera migliore di me. Allo stesso tempo me lo merito e non è giusto». Inizia a rimuginare, non la finisce più."

Come il lettore avrà forse notato tutte queste tecniche sono puntate alla distrazione, cioè a direzionare consapevolmente e volontariamente il pensiero verso altri lidi, verso una diversa cognizione. Queste supposizioni sono pericolose in quanto contemplano il pensiero ossessivo come un qualcosa di controllabile, mentre è proprio il tentativo di controllo del pensiero il motore che lo sostiene e lo amplifica fino a farlo diventare patologie invalidante.

Purtroppo per noi la realtà dei fenomeni mentali e delle patologie che includono il pensiero ossessivo è molto più complessa di cosi e se si cerca di portare la mente in direzione opposta e contraria non si farà altro che aiutare la mente a ritornare al pensiero ossessivo, questo per il principio che pensare di non pensare una cosa equivale ad un doppio sforzo: contemporaneamente al pensiero di altro dobbiamo sforzarci di non pensare al pensiero che dovremmo evitare. Seguendo dunque il semplice ma efficace meccanismo chiamato "economia cognitiva", la mente dopo breve tempo ci riporterà al pensiero indesiderato, amplificandolo. Un classico esempio di questo meccanismo sono i disturbi da attacco di panico e le fobie e la modalità della loro insorgenza, ovvero il tentato controllo che fa perdere il controllo.

Oltre a questo, nell'articolo in questione pare che si voglia negare la gravità del pensiero ossessivo e delle patologie di cui esso fa parte. Il pensiero ossessivo non è qualcosa di volontario o di controllabile con le logiche ordinarie in quanto è legato a doppio filo con l'illusione dell'uomo moderno di poter controllare e gestire la realtà che lo circonda. Il nostro arcaico bisogno di sicurezza ci spinge a ricercare sicurezza attraverso il controllo e la ricerca della verità, cosi il cogito cartesiano diventa il principale strumento per affrontare le proprie insicurezze, i propri dubbi. Tuttavia, quanto tale razionalità viene portata all'estremo si trasforma da risorse in limite; questo accade quando si tenta di applicare il ragionamento razionale a fenomeni a cui non può adattarsi: le paure irrazionali, i dubbi, le gelosie.

Si legge "astenendosi dai comportamenti che aggiungono nutrimento al processo: non sbirciare le chat, non guardare nella pagina Facebook del tuo ex", anche qui non si tiene conto di come il soggetto sia intrappolato nel proprio pensiero. Se ho un dubbio ossessivo che è partito da un pensiero di gelosia mi sarà impossibile evitare un atteggiamento di controllo, perché tale atteggiamento è l'unico capace di rassicurarmi, ed ogni comportamento che mi rassicura, per quanto incoerente o irrazionale, verrà messo in pratica nel tentativo di cercare una risposta ad una domanda che, purtroppo, non può avere risposta.

Nell'ultima parte dell'articolo si può leggere "Alla radice del dubbio: l’ombra del genitore critico: Per interrompere un processo del genere, devo mostrargli che il problema non è il tradimento della ragazza, ma il dubbio nucleare che lo accompagna dall’infanzia. Svelargli l’ombra del genitore critico con cui fa i conti senza requie. A quel punto potrà sentirsi apprezzato dalla fidanzata, ovviamente sempre che lei non lo tradisca davvero. [...]"

Questa ultima parte svela in tutta la sua potenza il pensiero classico dell'obbligo che ogni disturbo abbia una radice passata, e che svelando il passato il disturbo si dissolva. Nulla di più sbagliato.

Tralasciando la convinzione che le figure genitoriali siano responsabili, per tutta la nostra vita, di disturbi e patologie (pensiero che deresponsabilizza fortemente il comportamento del soggetto, "non è colpa tua ma di tuo padre", dandogli l'illusione di poter risolvere il presente ed il futuro andando a rovistare in un passato lontano che è per definizione interpretabile e immodificabile), non vedo come l'eventuale risoluzione di un conflitto genitoriale sorto dieci o venti anni prima possa in qualche modo aiutare la persona a risolvere un suo personale problema nel qui e ora. Un problema, in questo caso il pensiero ossessivo, non sorge dal nulla, da un giorno all'altro, ma si è stratificato nel tempo attraverso le modalità con cui la persona ha cercato inizialmente di risolverlo. Quello che il professor Di Maggio chiama "dubbio nucleare che lo accompagna dall'infanzia" è, allo stato odierno della teoria psicologica, un dubbio derivato da millenni di pensiero occidentale basato sull'illusione di poter avere il controllo sulla realtà che ci circonda. Il dubbio è umano, è il trampolino di lancio della creatività e delle scoperte che l'uomo ha fatto durante tutta la sua storia, senza il dubbio saremmo rimasti alla preistoria. Esso diventa patologico quando viene applicato alla validità di qualunque assunto o situazione ci troviamo di fronte.


Guardare al pensiero ossessivo come ad un qualcosa di eliminabile tramite esercizi di concentrazione e distrazioni equivale a denigrare la sofferenza del paziente e pensare che basti la forza di volontà per giungere alla risoluzione di questi disturbi. Il paziente non ne esce da solo perché è chiuso e perso in sé stesso, inamovibile nella sua logica e senza strumenti per uscirne.


Nel caso di dubbio ossessivo, l’intervento terapeutico consiste nel cercare di interrompere questo circolo vizioso. A tale scopo, il terapeuta dovrà innanzitutto evitare di cadere nella trappola di voler offrire risposte e spiegazioni rassicuranti ai dilemmi del paziente, perché in questo modo rischia di diventare complice del suo problema (cosa che nell'articolo invece accade puntualmente: "devo mostrargli che il problema non è il tradimento della ragazza, ma il dubbio nucleare che lo accompagna dall’infanzia").

Il paziente dovrà invece essere guidato a comprendere che la via d’uscita dalla sua sofferenza non è rappresentata dal cercare risposte, ma dal mettere in discussione la correttezza delle sue domande. La soluzione sta nell’annullamento del problema e delle sue matrici e non nella ricerca di risposte risolutive.


Se sei vittima di pensieri intrusivi che non riesci a scacciare non esitare a contattarmi, insieme potremo capire il modo migliore per aiutarti!

Lavoro in studio a Trento e online in tutta Italia attraverso la piattaforma Skype

trovi tutti i miei contatti al link "Contatti" di questa pagina



Dott. Marsilli Francesco


fonti:

"Cogito ergo soffro, quando pensare troppo fa male", G.Nardone e G. De Santis, ponte delle grazie, 2011

"Paura, panico, Fobie, la terapia in tempi brevi", G.nardone, ponte delle grazie, 2007





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