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  • Immagine del redattoreDott. Francesco Marsilli

Storia della Depressione: dall'homo sapiens ai giorni nostri

Cosa intendiamo per depressione? Sicuramente è un concetto molto complesso dal punto di vista storico, culturale, sociale e psicologico. In questo articolo parlerò di quella che possiamo definire come l’evoluzione storico-culturale della depressione, tracciando un filo rosso dalla nascita dell’uomo fino ad arrivare ai giorni nostri.

La depressione agisce sulle emozioni primarie (tristezza, paura, spinta vitale) e quindi sulla parte più antica e profonda del nostro cervello; questo dato di fatto ci fa comprendere che essa è antica come l’uomo stesso, e nel tempo l’essere umano ha solo potuto constatarne l’esistenza, darle un nome, un significato, cercandone le cause, gli effetti e le cure.

Fin dalle origini della nostra civiltà e lungo tutta la sua evoluzione, questo sentimento ci accompagna; sconforto, tristezza, perdita di interesse, sono sentimenti trasversali a tutte le culture umane e a tutti i periodi della sua storia connettendo molti aspetti dell’evoluzione della civiltà. Dalla teologia all'astronomia, dalla filosofia alle scienze mediche, dalla fitofarmacologia alla psicologia, tutte le branche del sapere hanno tentato di affrontare, capire e controllare il problema dell’insorgenza e della guarigione di questo mal-essere tanto potente quanto ancestrale che oggi chiamiamo Depressione.

Le prime testimonianze scritte ci arrivano da Ippocrate (400 a.C), filosofo greco e padre della medicina, che fu il primo a dare un nome ed una descrizione a questo stato dell’animo, attribuendo la depressione ad una eccessiva produzione di “bile nera”, la melania cholè (da cui il nome Melanconia), da parte della milza che causava la melanconia i cui correlati erano tristezza, paura, fino alla follia. Per la cura era consigliato ricorrere ad “esercizi ludici”, attività ricreative e cure fitofarmacologiche tramite l’utilizzo di decotti di piante o radici.

Qualche secolo dopo gli studi di Ippocrate, tra il 200 e il 400 d.C (siamo nel periodo del declino dell’impero romano) le conoscenze medico-filosofiche della cultura greco-romana si incontrano con quelle astronomiche ed astrologiche di quella medio orientale e cosi, come molti aspetti della natura umana, anche la depressione assume specifiche connotazioni sulla base degli astri, della data di nascita, delle costellazioni. In questo fiorire di conoscenze astrologiche i pianeti e la loro posizione nel sistema solare assumono una grande importanza. Ogni pianeta viene associato ad un tipo di personalità, di comportamento. Giove diventa il pianeta delle persone sagge e ragionevoli, Marte di coloro che hanno spirito combattivo, ai melanconici invece viene affibbiato Saturno, il più freddo e distante tra i pianeti, ed i “figli di Saturno” divengono i più infelici tra tutti i terrestri.

Duecento anni dopo, nel 600 d.C, Isidoro di Siviglia, teologo e arcivescovo spagnolo, apre ad un nuovo concetto di melanconia. Egli riprende la definizione di Ippocrate sostenendo che l’aggettivo latino “Malus” (cattivo,malvagio) derivi proprio dal termine greco Mélan, proprio della bile nera: la conseguenza di questa sua teorizzazione è che il termine Melanconico diviene sinonimo di malvagio, di pervaso dai vizi dell’accidia (cioè l’avversione a operare il bene) e della tristezza. La melanconia diventa la giusta punizione per chi ha peccato nei vizi umani. L’interpretazione di Isidoro prende piede in un'Europa dominata dalla chiesa fino a che, seicento anni dopo, Tommaso d’Aquino, Teologo e filosofo ecclesiastico definisce il melanconico come colui che rinuncia alla comunione con Dio, colui "che si rattrista del bene divino". La morale cristiana modifica la connotazione del melanconico che diventa suo malgrado colui che va incontro all'oscurità dell’anima; in questo modo il peccato della tristezza si vincola e si fonde con l’eresia e per 400 anni in tutta Europa i melanconici finiscono sul rogo assieme agli eretici.

Il primo importante cambiamento avviene quattrocento anni dopo, nel 1600, esattamente nel 1621, quando uno spiraglio viene aperto da Robert Burton (Saggista Inglese con una profonda cultura umanistica) che redige il libro “Anatomia della Melanconia”. Questo testo è di fondamentale importanza perché costituisce un ponte tra la vecchia e la nuova concezione di melanconia. Burton si destreggia abilmente nelle pagine di questo libro seguendo due binari logici apparentemente in contrapposizione: da una parte sostiene la morale dell’epoca, onorare Dio ed evitare i peccati (la chiesa era ancora troppo potente per essere contraddetta), ma dall'altra inizia ad inserire per la prima volta una concezione psicologica del disturbo. Il libro di Burton e le sue idee sulla base psicologica della melanconia anticipano di oltre un secolo quelle che saranno le rivoluzioni in campo psicologico e scientifico delle malattie mentali.

Un secolo e mezzo dopo l’opera di Burton siamo in pieno illuminismo, teorici e pensatori da tutto il mondo sostengono la centralità della ragione per il progresso culturale, artistico e tecnologico dell’uomo. Siamo nel periodo di B. Franklin e Jefferson in America, di Cesare Beccaria in Italia, di Kant in Germania, di Voltaire e Montesquieu in Francia. La ragione impera in ogni campo ed è la base per il progresso culturale, artistico e tecnologico, la ragione libera l’uomo dalle superstizioni, le scienze si allontanano in modo definitivo dalla religione e dalla teologia. A fine ‘800 la mente e le sue malattie vengono strappate a filosofia e morale religiosa per diventare appannaggio delle scienze mediche, psicologiche e psichiatriche ed iniziano a diffondersi le prime proto-terapie su base psicologica.

A seguito della discussione teorica sulla responsabilità della cura della mente sorge la discussione sul termine: il termine Melanconia ha ormai quasi 2000 anni di storia e non è adatto all'epoca moderna. Viene sostituito alla fine del XIX secolo da Emil Krapelin, psichiatra e psicologo tedesco, che conia il termine “psicosi maniaco-depressiva”. Da qui e per tutto il ‘900 questo termine subirà molte diverse variazioni: Reazione depressiva, nevrosi depressiva, esaurimento nervoso, nevrastenia, quando finalmente nel 1982 il termine “depressione” entra ufficialmente nella classificazione psicologica e psichiatrica italiana e, nel 2013, il DSM V lo suddivide in 4 diverse forme di depressione: Depressione Maggiore, Distimia, Disturbo Disforico Premestruale e Disturbo da disregolazione dell’umore.



dott. Marsilli Francesco




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