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La società anestetizzata: il rapporto tra noi e il dolore dal medioevo ad oggi

  • Immagine del redattore: Dott. Francesco Marsilli
    Dott. Francesco Marsilli
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Delle quattro emozioni fondamentali di cui l’essere umano è naturalmente dotato il dolore è sicuramente quella che, nel tempo, è stata maggiormente diffamata. “Dimmi il tuo rapporto col dolore e ti dirò chi sei” diceva Ernst Junger nel suo saggio Sul dolore del 1934, sottolineando già allora come il dolore sia una chiave fondamentale di lettura dell’essere umano e come il nostro rapporto con il dolore riveli in quale società viviamo.

Nei diversi periodi storici il rapporto tra noi e il dolore ha segnato l’evoluzione stessa della società umana. Nell’epoca delle danze macabre, dei supplizi religiosi e dei martiri il dolore del corpo straziato e mostrato fungeva da strumento di identità e dominio, stabilizzava la società e poneva confini tra regni e ruoli sociali. Il dolore messo in mostra, su di sé o sugli altri, aveva diversi scopi ben precisi: gli eserciti lo usavano per intimorire i nemici; i mistici, le sante anoressiche e i penitenti lo usavano mostrare la forza della propria fede e per approfondire il loro rapporto con Dio, il corpo diventava un palcoscenico, un esempio di sacrificio di sé a qualcosa di più profondo che poteva essere raggiunto solo dall’estasi di una mente distaccata dalle cose terrene. Il dolore assumeva la forma di comunicazione e narrazione, una scelta deliberata con un significato spirituale ben preciso. Le istituzioni di potere, invece, utilizzavano il timore del dolore per assicurare il rispetto di una legge e il rispetto dei confini, quelle religiose invece per elevare lo status dei loro santi. Questo profondo rapporto col dolore cambia con l’avvento della società industriale e moderna; il dolore diventa per la società uno strumento discreto per sorvegliare, questo non viene più utilizzato in modo generalizzato ma integrato nella mentalità con un ruolo costruttivo attraverso luoghi e spazi dedicati come carceri, caserme, fabbriche, istituti. Il dolore in questa società “rende eroici”, il martire non sceglie il dolore per sé stesso ma per la patria e il dolore diventa un assedio necessario, una battaglia che rende più forti se superata.

Nell’ipersensibilità della società postmoderna invece il dolore si è spostato dalla parte opposta e appare totalmente privo di senso. Divieti, punizioni e obblighi hanno lasciato il posto a inclusione, motivazione, autorealizzazione e ottimizzazione. Il dolore perde ogni aggancio col mondo personale e sociale diventando appannaggio del mondo medico: la prestazione della persona deve corrispondere ad un’interrotta felicità, un’ininterrotta prestazione, un’assenza di dolore. La società è diventata smart e, sganciandosi dal dolore, opera in modo seduttivo e si spaccia per libertina imponendo una felicità a tutti i costi che diventa il seme della depressione. In un mondo dove sei obbligato a mostrarti felice il dolore diventa una colpa, un difetto, ed è proprio in questo modo che il mondo medico tratta il dolore: come un fastidio di cui liberarci, un segnale utile solo a capire quando e come anestetizzarlo. Il minimo indispensabile è già troppo. La società che oggi ci troviamo a vivere è fortemente Algofobica: ha paura del dolore e lo rifugge con tutte le sue forze ed in tutte le sue forme, influenzando direttamente la nostra resistenza al dolore portandola ai minimi storici. Dell’evitamento della sofferenza ne abbiamo fatto un’arte: la psicologia positiva ci insegna che i pensieri negativi vanno evitati e prontamente sostituiti con pensieri positivi; l’ideologia della resilienza ci dice di trasformare le esperienze di dolore in un aumento della prestazione; le teorie dei traumi infantili ci suggeriscono di proteggere i nostri figli da potenziali stress emotivi eppure, nonostante queste arti di evitamento e trasformazione del dolore, abbiamo creato una società palliativa in cui il dolore  diventa subordinato alla prestazione del fare, o come ostacolo o come spinta. La totale medicalizzazione e soppressione del dolore ci rende indifesi alle critiche, alle contraddizioni, alle diversità, alle avversità, allo stress, alla paura, alla rabbia, e questo ci spinge ancora più lontani da un dolore che non riusciamo a gestire. La società palliativa ha rimosso il dolore dal singolo e, con il dolore, ha rimosso anche le sue nobili conseguenze emotive quali comprensione, empatia, fratellanza, creando cosi il singolo egoista all’eterna ricerca della fuga dal dolore. La diretta conseguenza di questo è la scomparsa della dimensione sociale del dolore, principio fondamentale per creare vicinanza e quel senso di Noi capace di risollevare una società dalle sue ferite, perché la felicità è possibile solo se prima viene infranta.

Nella società palliativa il singolo egoista è schizofrenico: si separa dagli altri per timore di non piacere ma contemporaneamente cade vittima del “voler piacere a tutti”. Il “like” è il nuovo analgesico che rende la separazione e la solitudine meno dolorose, ma il contrappasso è l’ossessione del “non essere abbastanza per piacere a tutti”. Allora, stretti tra le maglie dei questa nuova ossessione, pur di sfuggire all’idea di essere rifiutati dagli altri, tentiamo di mercificare noi stessi, di renderci consumabili, oggetti che altri possano apprezzare. La cultura interna della persona e la sua stessa costruzione è basata sull’esperienza del vivere, conoscere e gestire tutte le emozioni di base; una società che invece anestetizza queste emozioni contribuisce a costruire individui privi di una cultura della persona, incapaci di riconoscere sé stessi se non attraverso il  piacere altrui, diventando cosi solo il riflesso degli altri.

Affannati nel raggiungere un piacere rappresentato da ogni sguardo che non sia il nostro, ci dimentichiamo di noi stessi e della funzione fondamentale del confronto, della differenza, della diversità, dello scontro. Ci si fonde con l’altro per la paura di scoprire sé stessi.

Una società in fuga dal dolore diventa la società della sopravvivenza in cui tutte le energie vengono adoperate per allungare la vita, più la vita diventa inestimabile e maggiore sarà la paura della morte. L’algofobia si è mescolata alla tanatofobia. Byung-Chulhan nel suo libro “La società senza dolore ” parla di isteria della sopravvivenza, processo nel quale la vita viene ridotta a puro processo biologico da ottimizzare, a funzione da mantenere operativa. La vita non è più narrazione di senso ma diventa un grafico da conteggiare e misurare. In una vita priva di senso la morte diventa terrificante perché non è più possibile concludere la vita in maniera sensata: diventiamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere.

L’ipersensibilità al dolore insieme all’avvento del singolo egoista ha prodotto molte forme di violenza, verso di sé e verso gli altri. Se non si riesce a gestire il dolore che assale, lo si può  sostituire con dolore autoinflitto. “il servo prende la frusta dalle mani del signore e si frusta per diventare signore, si, per essere libero”: questa frase racchiude in sé tutto il senso di disperazione di una società che sempre più spesso ricorre al dolore autoinflitto come forma di dolore controllabile, gestibile, un dolore autodiretto che fa sentire liberi dal dolore inflitto dall’esterno senza il proprio consenso. Mi sobbarco di me stesso fino allo sfinimento.

Altri invece questo dolore, o l’incapacità di gestirlo, la sfogano verso l’esterno, rifiutano la violenza della società palliativa agendo il dolore sull’altro, si ribellano all’anestesia verso sé stessi marchiando la realtà con il loro dolore trasformato in violenza, che è l’unica forma di dolore che riescono a capire e a sopportare.

Il dolore in quanto emozione di base non è eliminabile, possiamo tentare di anestetizzarci sempre di più ma tornerà sempre in forme differenti e in modalità diverse.

Ci troviamo in un tempo in cui è necessario ripensare il dolore come rapporto tra noi, gli altri e il mondo. Il dolore è contatto: il bacio di una madre alla ferita del figlio, l’abbraccio di un amico in un momento difficile, lo sguardo di chi comprende cosa stai attraversando. Il dolore è il vincolo che costruisce radici profonde nei rapporti con gli altri: le relazioni più solide sono quelle che sono riuscite a uscire unite da momenti di dolore intenso, l’amico migliore è quello a cui puoi narrare le tue sofferenze, i genitori a cui i figli si affideranno sono quelli che sono stati capaci di educarli anche alla frustrazione e alla sofferenza. Il dolore costruisce felicità che l’assenza di dolore non potrà mai costruire: la felicità di ognuno di noi quando attraversiamo un traguardo è proporzionale al dolore affrontato per poterlo raggiungere, chi non ha faticato non può gioire davvero, chi non ha sofferto, chi non ha rotto la sua felicità con una qualche forma di dolore è destinato ad avere passioni tristi, gioie effimere e sempre maggior dolore. Il dolore è differenza e confine: stabilisce i confini del nostro corpo fisico e mentale e lo differenzia rispetto agli altri, noi stesi ci conosciamo attraverso il dolore, riconosciamo i muscoli e gli organi quando ci fanno male, sappiamo chi siamo anche sulla di base di quanto riusciamo a resistere e ricavare dal dolore, impariamo a relazionarci con gli altri e conoscerli soprattutto in base al dolore che ci provocano. Il dolore è realtà: ci risveglia dall’apatia e ci fa capire che è tempo di muoversi, di cambiare, di attivarsi, di resistere.

L’algofobia, la paura del dolore, non fa altro che crearne altro e renderci ipersensibili al dolore, facendoci arrivare a soffrire sempre di più per cose sempre più piccole.

 

 

Fonti:

Byung-Chulhan, “la società senza dolore”, 2022

Ernst Junger, “sul dolore”, 1934

M. Foucault, “sorvegliare e punire”, 1975

M. Benasayag, G. Schimt, “l’epoca delle passioni tristi”, 2013

R. Bell, “la santa anoressia: digiuno e misticismo dal medioevo ad oggi”, 1998


 

 
 
 

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