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  • Immagine del redattoreDott. Francesco Marsilli

7° - "Ma quanto mi costa!": perché non sai quanto ti costerà non andarci..

Ed eccoci giunti al settimo ed ultimo articolo della serie “"Perché siamo tanto restii ad andare dallo psicologo?".

Questa volta abbiamo a che fare con una motivazione che non solo è di impedimento per l’inizio di un percorso, ma spesso è una delle motivazioni addotte per interromperlo.

Settima motivazione

“Ma quanto mi costa!”


Come già accennato in uno degli articoli precedenti la nostra cultura Europea e occidentale è saldamente legata ad un'idea strettamente fisica di cura e malattia. Questo porta diverse implicazioni:

1: Il fatto, innegabile, che le cure mediche siano viste come un naturale dovere e diritto del cittadino nel momento in cui questo ne ha bisogno. Nessuno pensa che l’andare in ospedale, al pronto soccorso, in farmacia o da un professionista medico sia una perdita di tempo anzi, è caldamente consigliato da tutti e molte volte ci si va anche se non ce ne sarebbe bisogno, per paura di avere un danno o una patologia che noi non riusciamo ad identificare (vedi ipocondriaci, madri iperprotettive nei confronti dei figli, persone anziane)

2: Una naturale tendenza alla prevenzione delle patologie mediche: basti pensare a quanta attenzione poniamo al nostro modo di muoverci ed agire per non rischiare incidenti, per non rischiare di farci del male.

3: ramifichiamo in modo spontaneo le cure mediche e la loro prevenzione a molti diversi campi della medicina: fisioterapia, erboristeria, omeopatia, agopuntura, medicina tradizionale, chirurgia, osteopatia, personal training, tutti i tipi di riabilitazione post operatoria o post traumatica, ecc…

4: i primi tre punti ci portano ad una silenziosa e arrendevole accettazione dei costi in termini di tempo, impegno ma soprattutto denaro che queste cure necessitano. Avete mai provato a chiedere uno sconto per una visita medica?


Tutto questo sviluppa un’interessante nuova prospettiva se iniziamo a farci qualche domanda sul senso che il termine “male” ha acquisito nel tempo, o meglio, sul senso che attribuiamo alla frase “farsi/farci del male”.

Al punto due della lista precedente ho scritto che il nostro atteggiamento viene influenzato dal rischio di farci male, questo si riflette su movimenti, pensieri e azioni volte ad evitare il male fisico, sono comportamenti abbastanza semplici ed immediati perché guidati dall’emozione più antica e funzionale dell’uomo, la paura del dolore. Il dolore fisico infatti è un potentissimo segnale che ci fa capire immediatamente quanto e quando abbiamo dolore e da dove questo provenga, il dolore corporeo ha confini certi, è all'interno della nostra pelle, è identificabile, classificabile e istantaneamente percepibile.

Ciò detto fino ad ora vale all'opposto per il male mentale. Il malessere psicologico non segue le regole del male fisico, non ha confini, non è localmente identificabile, il dolore mentale non fa male nel senso in cui noi tutti lo intendiamo normalmente, ognuno di noi possiede il proprio concetto di malessere, la sua origine è incerta e diversa per ogni persona; la sua insorgenza è diluita nel tempo, edulcorata e confusa nel marasma di cose quotidiane che viviamo e la sua durata può essere tale che possiamo anche abituarci a quel malessere e conviverci.

E’ quindi evidente che il malessere mentale possiede un concetto tutto suo di guarigione ma soprattutto di prevenzione.

Quindi perché, se da un odontoiatra non ci si lamenta mai del prezzo della seduta (ma del dolore si!) per quanto basso possa essere, dallo psicologo questo invece succede?

Dal mio punto di vista ciò accade per la scarsissima cultura psicologica presente nel nostro paese, perché la mente è qualcosa di estremamente più privato del corpo e dal momento che si è convinti che lo psicologo ti “entri nella mente”, “manipoli i miei pensieri” o addirittura “mi costringe a pensare a cose passate e dolorose”, è abbastanza scontato come la conseguenza sia un rifiuto generale all’accettazione del male psicologico accompagnato da una visione di questo come qualcosa di secondario, di accettabile.

Un gran numero di persone infatti decide di andare dallo psicologo quando la situazione, per lui o per i propri familiari, è diventata ingestibile. A quel punto il disturbo si è talmente acutizzato che la persona non riesce più a gestirlo: è come se una persona andasse dal medico a farsi curare un dolore alla gamba quando la gamba è già in cancrena. A quel punto l’intervento dovrà per forza prolungarsi nel tempo e nelle modalità. Questo perché non si è fatto precedentemente alcun atto di prevenzione e dunque, anche se il costo rimane quello, lievita la quantità di sedute psicologiche necessarie a curarlo


Per prevenzione si può intendere ad esempio, nel momento in cui si sente un'instabilità o un’insicurezza nella gestione della propria quotidianità (vista da voi o notata da chi vi sta vicino), in cui vi pare difficile trovare una serenità nel nostro vivere, in cui un pensiero o un’azione domina la nostra giornata; nel momento in cui sentiamo questo sarebbe opportuna fare anche solo una visita da un professionista. Questa è la prevenzione: evitare ulteriore e più profondo malessere futuro, evitare la cancrena. Dobbiamo accettare il fatto che noi da soli non abbiamo gli strumenti per gestire alcuni “giochi” della nostra mente, nello stesso modo in cui non abbiamo la capacità di operare una gamba in cancrena.

E col tempo sentirete che un professionista psicologo che vi restituisca la vostra serenità non ha prezzo.


Ti è piaciuto questo articolo e vorresti leggere anche gli altri della serie "Perchè siamo tanto restii ad andare dallo psicologo"?

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Dott. Marsilli Francesco




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